Martedì, 16 Aprile 2024
Diocesi di Tortona
Sua Ecc.za Rev.ma
Mons. Guido Marini
Vescovo

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

 XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

IL COMMENTO DI DON DOGLIO  

PRIMA LETTURA (Is 55,6-9)
I miei pensieri non sono i vostri pensieri.

Dal libro del profeta Isaìa

Cercate il Signore, mentre si fa trovare,
invocatelo, mentre è vicino.
L’empio abbandoni la sua via
e l’uomo iniquo i suoi pensieri;
ritorni al Signore che avrà misericordia di lui
e al nostro Dio che largamente perdona.
Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri,
le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore.
Quanto il cielo sovrasta la terra,
tanto le mie vie sovrastano le vostre vie,
i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.

SALMO RESPONSORIALE (Sal 144)

Rit: Il Signore è vicino a chi lo invoca.

Ti voglio benedire ogni giorno,
lodare il tuo nome in eterno e per sempre.
Grande è il Signore e degno di ogni lode;
senza fine è la sua grandezza.

Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
Buono è il Signore verso tutti,
la sua tenerezza si espande su tutte le creature.

Giusto è il Signore in tutte le sue vie
e buono in tutte le sue opere.
Il Signore è vicino a chiunque lo invoca,
a quanti lo invocano con sincerità.

SECONDA LETTURA (Fil 1,20-24.27)
Per me vivere è Cristo.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési

Fratelli, Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia.
Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno.
Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. Sono stretto infatti fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo.
Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo.

VANGELO (Mt 20,1-16)

Sei invidioso perché io sono buono?

+ Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

IL SANTO

1/signaziosanthia.JPGIl 22 settembre la Chiesa celebra insieme al martire San Maurizio, anche un altro Maurizio, meno conosciuto e di più recente canonizzazione.

Stiamo parlando di Sant’Ignazio da Santhià, frate cappuccino, battezzato con il nome di Lorenzo Maurizio Belvisotti, che è stato proclamato santo da Giovanni Paolo II il 19 maggio 2002.

Sant’Ignazio nacque a Santhià, in provincia di Vercelli, il 5 giugno 1686, quarto di sei figli, nella benestante famiglia Belvisotti.

Rimasto orfano del padre a sette anni, la madre lo affidò per la sua formazione a don Bartolomeo Quallio, suo parente.

Sentendosi chiamato alla vita ecclesiastica, dopo le scuole primarie nella città natale, nel 1706 si recò a Vercelli per gli studi filosofici e teologici. Ordinato sacerdote nell’autunno del 1710, restò ad operare in città come cappellano-istruttore della nobile famiglia Avogadro.
In questi primi anni di sacerdozio conobbe ammirò l’apostolato dei Gesuiti, particolarmente nella predicazione delle missioni al popolo e iniziò a frequentare come direttore spirituale un padre gesuita. Pur avendo raggiunto un alto tenore di vita, fu messo alla prova nel 1715 da due eventi: la morte della madre e la controversia che si accese in merito ad una parrocchia che gli fu assegnata.

La sua città, Santhià, infatti, desiderando avere il suo concittadino, lo nominarono canonico rettore dell’insigne collegiata, mentre gli Avogadro lo elessero parroco della parrocchia di Casanova Elvo di cui godevano il giuspatronato.

Nel maggio del 1716, però, il giovane sacerdote salì al Monte dei Cappuccini, a Torino, per capire cosa fare nella sua vita e il 10 giugno 1616, rinunciò ufficialmente alla parrocchia assegnatagli.

Il 24 giugno entrò in convento a Chieri, iniziando il suo percorso religioso nella famiglia francescana e prendendo il nome di Ignazio dal tanto ammirato Ignazio di Loyola.
Fece la professione solenne il 24 maggio 1717. Iniziò poi un lungo pellegrinaggio nei conventi di Torino e provincia, dove ricoprì diversi ruoli, fino a diventare maestro di novizi a Mondovì.

Mantenne questo incarico per tredici anni offendo alla Provincia monastica del Piemonte 121 nuovi frati. Afflitto da una grave malattia agli occhi nel 1744 rinunciò all’incarico e si ritira per cure nel convento di Torino.

L’obbedienza ai superiori gli fece accettare il compito di cappellano capo dell’esercito del re di Sardegna Carlo Emanuele III, che era sceso in guerra contro le armate franco-spagnole (1745-1746) e si prodigò per assistere i militari feriti o contagiati negli ospedali di Asti, Alessandria e Vinovo.

Finita la guerra, tornò al convento del Monte dei Cappuccini di Torino dove rimase fino alla morte, per più di 20 anni. In città il santo svolse la sua attività pastorale tra il convento e la città: predicando, esercitando il ministero della riconciliazione e percorrendo le vie cittadine per incontrare poveri e ammalati, che attendevano il conforto della sua parola. Il popolo lo ribattezzò “il Santo del Monte” e i più distinti personaggi del Piemonte si recavano da lui per avere un consiglio o una benedizione.

Ancora in vita gli furono attribuiti dei miracoli e tutti lo amano perchè dicono che “ha la gioia del Paradiso in faccia”.

In Torino, oltre alla sua gioia, circolavano anche le sue battute, come quando alcuni accaniti giocatori del lotto gli domandarono quale fosse il segreto per vincere ed egli rispose: “Andare a lavorare”.
Trascorse gli ultimi due anni nell’infermeria del suo convento, continuando a benedire, a confessare, a consigliare quanti a lui ricorressero.
Morì il 22 settembre 1770, festa di san Maurizio, patrono suo e della provincia cappuccina del Piemonte, nella sua cella, all’età di 84 anni. Il 19 marzo 1827 Leone XII ne riconosce l’eroicità delle virtù e solo il 17 aprile 1966 Paolo VI procede alla beatificazione.
Le reliquie del santo sono venerate nella chiesa del Monte dei Cappuccini in Torino.

Data: 14/09/2014



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