Domenica, 23 Giugno 2024
Diocesi di Tortona
Sua Ecc.za Rev.ma
Mons. Guido Marini
Vescovo

XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

IL COMMENTO DI DON DOGLIO

PRIMA LETTURA (Nm 21,4b-9)
Dal libro dei Numeri

In quei giorni, il popolo non sopportò il viaggio. Il popolo disse contro Dio e contro Mosè: «Perché ci avete fatto salire dall’Egitto per farci morire in questo deserto? Perché qui non c’è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero». Allora il Signore mandò fra il popolo serpenti brucianti i quali mordevano la gente, e un gran numero d’Israeliti morì. Il popolo venne da Mosè e disse: «Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; supplica il Signore che allontani da noi questi serpenti». Mosè pregò per il popolo. Il Signore disse a Mosè: «Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita». Mosè allora fece un serpente di bronzo e lo mise sopra l’asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di bronzo, restava in vita.


SALMO RESPONSORIALE (Sal 77)
Rit: Non dimenticate le opere del Signore!

Ascolta, popolo mio, la mia legge,
porgi l’orecchio alle parole della mia bocca.
Aprirò la mia bocca con una parabola,
rievocherò gli enigmi dei tempi antichi.

Quando li uccideva, lo cercavano
e tornavano a rivolgersi a lui,
ricordavano che Dio è la loro roccia
e Dio, l’Altissimo, il loro redentore.

Lo lusingavano con la loro bocca,
ma gli mentivano con la lingua:
il loro cuore non era costante verso di lui
e non erano fedeli alla sua alleanza.

Ma lui, misericordioso, perdonava la colpa,
invece di distruggere.
Molte volte trattenne la sua ira
e non scatenò il suo furore.

SECONDA LETTURA (Fil 2,6-11)
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési

Cristo Gesù,  pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre.

VANGELO (Gv 3,13-17)
+ Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo:  «Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».

IL SANTO 

1/ssigismondo.JPGIl 17 settembre la Chiesa ricorda San Sigismondo Felice Feliński vescovo polacco, fondatore della Congregazione delle Suore Francescane della Famiglia di Maria. Nacque il 1° novembre 1822 a Wojutyn, allora territorio polacco, oggi ucraino, da una famiglia nobile e profondamente religiosa, settimo di undici figli. Passò la sua infanzia in famiglia, all’età di undici anni, rimase orfano del padre. Nel 1838, la madre fu arrestata dal governo russo e deportata in Siberia a causa della sua attività patriottica rivolta all’istruzione e al miglioramento delle condizioni sociali ed economiche della popolazione contadina.

Dopo gli studi ginnasiali studiò matematica all’Università Imperiale di Mosca. Nel 1847 partì per Parigi dove frequentò i corsi alla Sorbona e al College de France, conobbe i rappresentanti della grande emigrazione. Nel 1848 prese parte all’insurrezione contro i Prussiani nella regione di Poznań. Il fallimento di questa azione e la morte dell’amico Juliusz Słowacki lo spinsero ad andare a Monaco di Baviera e a Parigi, per approfondire la dimensione religiosa della sua esistenza.

Questo processo lo condusse a maturare la vocazione sacerdotale. Nel 1851 ritornò in patria, entrò nel seminario diocesano e proseguì gli studi presso l’Accademia Ecclesiastica Romano Cattolica a Pietroburgo. Fu ordinato sacerdote l’8 settembre 1855 e svolse, dal 1855 al 1857,1e funzioni di aiutante dei Domenicani nella parrocchia di S. Caterina. Dal 1857 fu padre spirituale degli alunni dell’Accademia Ecclesiastica. Nel 1857 fondò a Pietroburgo il Ricovero per i poveri e la Congregazione delle Suore Francescane della Famiglia di Maria. Il 6 gennaio 1862 Pio IX lo nominò Arcivescovo Metropolita di Varsavia. Fu consacrato il 26 gennaio a Pietroburgo e lasciò la capitale il 31 gennaio per giungere a Varsavia il 9 febbraio, in un tragico momento per la Chiesa e per la nazione. A Varsavia da 4 mesi tutte le chiese erano state chiuse dall’autorità ecclesiastica in segno di protesta contro gli invasori russi.

Seguendo le norme del Diritto Ca-nonico e le direttive della Santa Sede, il 13 febbraio 1862, riconsacrò la cattedrale, profanata dall’esercito russo, il 5 ottobre 1861, e il giorno successivo fece riaprire tutte le chiese della capitale. Il 16 febbraio 1862 fece il solenne ingresso nella cattedrale di Varsavia, ma resse la diocesi soltanto per 16 mesi, dal 9 febbraio 1862 al 4 giugno 1863, ricevendo atti provocatori compiuti dal governo russo.

Nonostante le difficoltà, il santo si dedicò alla rinascita religiosa e morale della nazione e per eliminare l’ingerenza del governo negli affari interni della Chiesa. Si impegnò nel rinnovamento morale della nazione “per creare una nuova generazione sobria, devota ed onesta”. Ebbe particolare attenzione verso i poveri e specialmente verso i bambini, in favore dei quali fondò un ricovero ed una scuola a Varsavia, che affidò alle Suore della Famiglia di Maria, fatte giungere da Pietroburgo.

Dopo lo scoppio dell’insurrezione del gennaio 1863, in segno di protesta contro le sanguinose repressioni del governo, il 12 marzo si dimise dal Consiglio di Stato e il 15 marzo scrisse una lettera allo zar, Alessandro II, scongiurandolo di mettere fine alle sanguinose rappresaglie.

Il coraggio dimostrato e l’aver intrattenuto segretamente rapporti con la Sede Apostolica, senza l’intermediazione del governo, furono elementi invisi alle autorità russe, che, il 14 giugno 1863, fecero deportare il Vescovo da Varsavia in Russia.

Fu condannato, dallo zar Alessandro II, all’esilio per 20 anni, a Jaroslavl, sul Volga, dove riuscì ad edificare una chiesa cattolica a Jaroslavl. Per il suo atteggiamento morale fu chiamato il “santo vescovo polacco”. Nel 1883, in seguito alle trattative tra la Santa Sede e il governo russo, mons. Feliński fu liberato e assegnato alla sede titolare di Tarso. Gli ultimi 12 anni della sua vita, li trascorse in un semi esilio, nella Galizia sud orientale, sotto il dominio austriaco, tornando a essere un “semplice prete” e svolgendo un intenso apostolato tra i contadini di nazionalità polacca ed ucraina. Morì, il 17 settembre 1895, a Cracovia. Il 14 aprile 1921 le sue spoglie furono tumulate nei sotterranei della Cattedrale, dove si trovano tuttora. Nel 2002, è stato proclamato beato e nel 2009 santo da Giovanni Paolo II.

Data: 10/09/2014



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