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Notizie - Messaggio del Vescovo alla Città di Tortona

Carissimi fratelli e sorelle,

la solennità di san Marziano, fondatore della nostra Chiesa tortonese e suo primo pastore fino al dono totale di sé nel martirio, mi offre l’opportunità di rivolgere questo semplice messaggio alla nostra Città.

Quando entrai per la prima volta a Tortona provenendo dal ponte sullo Scrivia – che, in quei giorni di ottobre del 2014, era gonfio d’acqua da far paura – mi sorprese il cartellone pubblicitario sul sottopassaggio della ferrovia nel quale una sala da gioco dà il benvenuto in città. Se passi nel verso opposto ti dà anche l’arrivederci mentre, carico, forse, di ricchi premi, ti lasci Tortona alle spalle. Certo non mi aspettavo (o, forse, un po’ sì) che sul quel cartellone ci fosse scritto: Don Orione ti dà il benvenuto in Città. Una scelta del genere avrebbe potuto suscitare l’opposizione di qualcuno, cosa che, evidentemente, non è accaduta per la nostra pubblicità. Forse a motivo delle giornate grigie dell’alluvione, delle tensioni per la triste previsione della “chiusura” dell’ospedale e della già avvenuta chiusura del tribunale, la Città sembrava dare segnali di sofferenza.

Ho potuto sentire il suo vero e caloroso benvenuto nell’accoglienza del giorno del mio ingresso in diocesi, anzi, per meglio dire, non solo in quel giorno ma, a partire da quel giorno, in molte occasioni: dall’Amministrazione comunale ai singoli passanti incrociati per strada, come da coloro che esercitano un ruolo di autorità nel loro servizio, ho sempre apprezzato una sincera accoglienza che mi ha fatto sentire immediatamente a casa. Di questo ringrazio tutti di cuore.

È evidente che non bastano due anni per dire di conoscere la vita della nostra Città: sono l’ultimo arrivato e ho molte cose da imparare. Vorrei, tuttavia, poter dare il mio piccolo contributo alla costruzione del nostro vivere insieme.

L’uomo non può vivere senza la Città. Penso alla Città non tanto nell’idea della polis greca, auto-centrata ed auto-fondata, la quale – come scrive Aristotele (Politica, I A, 2, 1253 a, 19) – “per natura viene prima rispetto alla famiglia e a ciascuno di noi”. Penso, piuttosto, alla Città come civitas, vale a dire come l’insieme delle relazioni tra le persone che si riconoscono come cives, cittadini. In tal senso la Città viene dopo ogni singola persona ma ne costituisce l’ambito vitale nel quale l’individuo diventa persona. Vi è una Città-urbs, come spazio fisico, nel quale vive una Città-civitas, come società che lo abita, che necessita di una Città-polis, come realtà che la governa: urbs e polis sono funzionali alla vita della civitas.

Perché l’uomo non può vivere senza la Città?

Perché non può sopportare quella profonda forma di povertà che è la solitudine, conseguenza della chiusura all’altro nella innaturale presunzione di bastare a se stessi. Questo non fa che generare alienazione. È paradossale, ma anche i cosiddetti social, che di fatto hanno disumanizzato le nostre relazioni, possono generare alienazione. La crisi che stiamo vivendo e che tocca la nostra Città, prima di essere economica, finanziaria o sociale è antropologica, etica. Non possiamo correre il rischio di non cogliere questa dimensione più radicale che riguarda la nostra visione della vita, dell’uomo, di Dio: sarebbe come condannarci ad una inefficace cura dei sintomi senza preoccuparci delle cause. Né possiamo limitarci allo sterile lamento condito di rimpianti per i bei tempi andati o al catastrofismo apocalittico o ad una vana speranza di vincere una qualche lotteria. Non illudiamoci: anche la mancanza di lavoro è conseguenza di un sistema che ha dimenticato la verità dell’uomo per privilegiare le logiche di profitto e di consumo che lo rendono una merce. L’inganno è stato ben ordito. Prima si è preteso di mettere l’uomo al centro privandolo di ogni riferimento (autorità, tradizione, gli altri, Dio): e ci hanno fatto credere che questo fosse libertà. Poi ci hanno imposto altri dei: la tecnica senza valori, l’utile come criterio per giudicare ciò che è giusto, il consumo come atteggiamento compulsivo imposto dal mercato, una economia senza volto che partorisce scarti umani. E ci siamo ritrovati schiavi, senza meta e soli. Esagero? Lo vorrei tanto.

In queste condizioni, quale Città potremo mai costruire? Da dove ripartire?

Per noi cristiani la risposta è sempre una, quella da cui è nata la Chiesa: l’Eucaristia. Ecco – qualcuno potrebbe pensare – di fronte all’enormità dei problemi che viviamo il vescovo se la cava con un fervorino dicendoci che dobbiamo andare a Messa. Non è così. Quando dico Eucaristia intendo dire non una cerimonia ma il sacrificio pasquale di Gesù, reso presente nel tempo, attraverso le parole e i gesti della celebrazione, per la nostra santificazione, nell’attesa del suo ritorno. La Pasqua di Gesù è il fatto più nuovo – talmente nuovo da essere unico e irripetibile – che la storia abbia mai conosciuto, il gesto d’amore che rivela e rende possibile l’amore, l’evento che ha fatto nuove tutte le cose. Tutte, a partire dall’uomo e dalle sue relazioni, con Dio e tra di noi. Per questo crediamo che l’Eucaristia – creduta, celebrata e vissuta – è la forza che può costruire la nostra civitas. La comunità cristiana non sta di fronte alla Città, né semplicemente dentro: la comunità cristiana ha come sua dimensione vitale la Città stessa per la quale è segno e strumento di comunione con Dio e tra gli uomini. Ai credenti in Cristo dico: tutto ciò che è umano ci interessa; la Città, con le sue gioie e i suoi dolori, con le sue fatiche e le sue speranze, ci interessa. A tutti dico: Tortona ritrova la sua identità e la difende ripartendo dal costruire e custodire le nostre relazioni volte a creare un ordine sociale nel quale al centro ci sono i diritti della persona, di ogni persona. Non ci sarà crescita, di nessun tipo, senza un lavoro serio di inclusione relazionale di tutte le persone. E non penso solo ai migranti e ai profughi. Vivere l’Eucaristia celebrata ha una sua dimensione sociale in quanto nella comunione al Pane spezzato ciascuno viene posto in intima relazione con Dio e con i fratelli. Nel dialogo tra la comunità cristiana e la Città la carità si “istituzionalizza” diventando struttura sociale che ha al centro la persona.

Dunque, ricominciamo, o meglio, continuiamo a tessere relazioni vere tra di noi, aperte al dialogo sincero e tese alla concordia. Abbiamo fatto esperienza in diverse occasioni del fatto che insieme possiamo dare un volto nuovo alla nostra Città: Amministrazione, Istituzioni, Fondazione C.R. Tortona, Associazioni, Imprese, singoli cittadini e comunità cristiana quando convergono su obiettivi comuni, raggiungono risultati che singolarmente non potrebbero realizzare.

Il Signore, per intercessione di san Marziano, benedica l’impegno di tutti.

Data: 08/03/2017



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